Spesso si dice che la Cannabis sia una risorsa ecosostenibile, capace di sostituire il petrolio, purificare l’aria e il suolo. Ma è vero?
In questi anni infatti ci siamo concentrati molto sul divulgare i numerosi possibili utilizzi che si possono fare di questa pianta e di come le sue numerose proprietà tecniche la rendano un’ importante risorsa ecologica che potrebbe non rivoluzionare numerosi settori inquinanti, come l’industria della moda, l’industria petrolchimica, l’industria cartiera, etc, ma anche bonificare terreni inquinati e assorbire molta CO2 in poco tempo.
Purtroppo però, come al solito nulla è solo bianco o nero. Come dicevamo la cannabis rappresenta un’importante risorsa, ma, come ogni risorsa, sta a noi utilizzarla al meglio. La coltivazione di cannabis può si rappresentare un grande aiuto per combattere il cambiamento climatico, ma allo stesso tempo può trasformarsi in una pratica altamente inquinante. In questo articolo ci soffermeremo esclusivamente sui possibili effetti collaterali delle coltivazioni, spesso trascurati.
Coltivazioni Indoor
Per sfuggire alla repressione dovuta al proibizionismo, negli anni sempre più coltivatori hanno cominciato a coltivare le proprie piante di cannabis in casa, replicando tramite lampade, aspiratori e ventilatori le condizioni naturali ideali per ottenere un ottimo raccolto.
Anche se in alcuni Stati USA la coltivazione e la vendita di questa pianta è stata legalizzata, numerosi growers e farm produttrici hanno continuato a produrre i loro raccolti al chiuso, poiché, così facendo, riescono ad ottenere una qualità migliore e completare più cicli di produzione in un anno.
Questi impianti indoor spesso prevedono un’ illuminazione per interni 24 ore su 24, sistemi di riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell'aria in siti di coltivazione sempre più numerosi e questo, ovviamente, comporta un enorme consumo di energia elettrica, largamente ottenuta ancora dai combustibili fossili. Uno studio dello scienziato Evan Mills, con il Lawrence Berkeley National Laboratory, ha rivelato che le operazioni legali di coltivazione indoor di Cannabis rappresentano l'1% del consumo totale di elettricità negli Stati Uniti, al costo di 6 miliardi di dollari all'anno. Tale consumo produce annualmente 15 milioni di tonnellate di emissioni di gas serra (CO2), pari a quelle di tre milioni di automobili medie. Questi dati sono relativi al 2011: da allora le coltivazioni sono aumentate drasticamente e di conseguenza anche il consumo energetico che ne deriva.
“Per ogni chilogrammo di cannabis prodotto (indoor) generiamo circa 4,6 tonnellate di Co2” - Werner Antweiler (Economista Ambientale)
“Un sistema di coltivazione indoor per sole quattro piante assorbe tanta energia quanto 29 frigoriferi.” - Rapporto del Northwest Powe and Conservation Council
Altre aziende che consumano molta energia elettrica, come ad esempio Google, producono tramite energia rinnovabile il 100% del proprio consumo elettrico, raggiungendo così lo status di carbon neutral per le operazioni a livello globale. La stessa soluzione potrebbe essere attuata sulle coltivazioni di cannabis e infatti alcune delle principali farm americane stanno già andando in questa direzione.
Coltivazioni OutDoor/Serre
Gli aromi distintivi della Cannabis sono dovuti ai terpeni, dei composti organici volatili (COV), che si ritiene influenzino anche gli effetti. Molti prodotti di consumo rilasciano COV, come l'acetone nel solvente per unghie, il butanolo da barbecue e fornelli o più semplicemente la lavanda.
Secondo uno studio condotto dal Dipartimento di sanità pubblica e ambiente del Colorado, i terpeni sono innocui finché non si combinano con i gas inquinanti, in quanto questa combinazione porta alla produzione di ozono. Le serre e i campi, essendo spesso posizionate vicino ai centri cittadini o alle strade, rilasciano grandi quantità di terpeni, che unite ai gas di scarico di macchine e industrie, formano grandi quantità di ozono.
L’ozono è un gas tossico instabile che devasta gli ecosistemi locali. Alte concentrazioni di ozono possono anche contribuire a una serie di problemi di salute, tra cui irritazione respiratoria, danni al fegato e persino cancro. Inoltre i COV possono anche danneggiare lo strato di ozono nell'alta atmosfera, rendendoci più vulnerabili ai dannosi raggi UV del sole.
Lo studio ha però evidenziato come i filtri ai carboni attivi, usati solitamente per ridurre l’odore delle serre, riducano anche la quantità di COV emessi. I ricercatori sperano di condividere più soluzioni come questa per educare l'industria della cannabis sul loro possibile impatto ambientale.
“Rifiuti o scarti”
In passato la cannabis era definita come il maiale vegetale, questo perché di lei non si butta via niente. Veniva usata per farci tessuti, corde, alimenti per umani o mangimi per animali e tanto altro.
Oggi purtroppo la maggior parte delle Farm e delle coltivazioni sono specializzate nel produrre fiori e, non essendoci una filiera della canapa industriale ben strutturata, tutta la biomassa restante dopo la raccolta dei fiori viene buttata o bruciata, nonostante le sue enormi potenzialità.
Purtroppo però, nonostante in molti Stati USA la cannabis sia stata legalizzata, è ancora illegale a livello federale e anche la ricerca, dunque, ha fondi e strutture limitate a disposizione. Servirebbero ancora molti studi per capire meglio come le nuove grandi piantagioni e serre di cannabis influenzino l’atmosfera e come questa filiera possa diventare realmente ecosostenibile come questa pianta ci permetterebbe di fare.
Riassumendo, per ridurre al minimo l'inquinamento da produzione di cannabis, in genere è necessario un approccio su tre fronti: sostenibilità energetica, contenimento e filtrazione, riutilizzo/controllo dei rifiuti. Quindi, per grandi piantagioni servirebbero ambienti di coltivazione sigillati (questo previene anche parassiti e contaminazioni) dotati di un sistema di filtrazione a carbone di alta qualità, la biomassa di “scarto” andrebbe riutilizzata o smaltita correttamente e il tutto andrebbe fatto riducendo il consumo di energie non green.
Va precisato anche che, se tutti ci potessimo coltivare la nostra piantina personale nel nostro orto senza dover ricorrere per forza dalla grande distribuzione organizzata, come al solito ci risparmieremmo numerose problematiche ed effetti collaterali.
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