Negli ultimi giorni molte pagine social e testate giornalistiche stanno rilanciando una notizia presentata come una piccola “vittoria” per i diritti degli automobilisti: la Corte Costituzionale si sarebbe espressa sulla riforma del Codice della Strada, bocciando la punibilità automatica di chi viene trovato positivo alle sostanze senza essere realmente alterato alla guida.
Una notizia attesa, soprattutto da chi consuma cannabis — pazienti compresi — e da chi da mesi denuncia l’assurdità di una norma che confonde la presenza di una sostanza nel corpo con la reale incapacità di guidare.
Ma le cose stanno davvero così?
E soprattutto: questa sentenza cambia davvero il quadro o è solo un aggiustamento di facciata?
Cosa prevedeva il nuovo Codice della Strada
Per capire il senso della decisione della Corte è necessario fare un passo indietro.
Con la riforma del Codice della Strada approvata alla fine del 2024, il legislatore — su forte spinta politica, in particolare del ministro Matteo Salvini — ha introdotto un cambiamento sostanziale: non è più necessario dimostrare lo stato di alterazione psico-fisica per sospendere la patente.

In pratica, basta risultare positivi a un test per le sostanze per vedersi ritirare immediatamente la patente, con sospensioni che possono arrivare fino a tre anni. Poco importa se la persona è lucida, concentrata, perfettamente in grado di guidare.
Per i consumatori di cannabis questo significa una cosa molto semplice: si può perdere la patente anche a distanza di giorni o settimane dall’ultimo utilizzo, quando ogni effetto è ormai svanito. Una misura che ha ben poco a che fare con la sicurezza stradale e molto con la repressione.
La sentenza della Corte: chiarimento o nuova ambiguità?
La Corte Costituzionale è intervenuta su alcuni ricorsi presentati da giudici che mettevano in dubbio la legittimità di questa impostazione. Molti si aspettavano un ritorno al concetto di “stato di alterazione psico-fisica” accertato tramite visita medica.

Questo, però, non è avvenuto.
La Corte ha stabilito che per la punibilità è necessario accertare la presenza nei liquidi corporei del conducente di una quantità di sostanza che, sulla base delle conoscenze scientifiche, sia in grado di determinare un’alterazione delle condizioni psico-fisiche.
Una formula che, letta così, sembra ragionevole. Il problema è che apre a una nuova, enorme zona grigia: quale quantità?
Non esiste oggi un valore scientificamente condiviso che permetta di stabilire con certezza quando il THC renda una persona incapace di guidare.
Il rischio concreto: la patente te la tolgono comunque
Nella pratica quotidiana, il pericolo resta quasi intatto.
Il tampone salivare, da solo, non dovrebbe più bastare per una condanna definitiva, ma può ancora essere sufficiente per il ritiro immediato della patente. La differenza è che ora, teoricamente, ci sono più possibilità di vincere un ricorso.
Teoricamente, appunto.
Perché fare ricorso significa affrontare spese legali, perizie, attese lunghe e un notevole dispendio di tempo ed energie. Non tutti possono permetterselo, soprattutto se la patente è indispensabile per lavorare o vivere.
Effetti retroattivi: chi può davvero beneficiarne
Uno degli aspetti più rilevanti della sentenza è la sua retroattività.
Nei procedimenti e nei ricorsi ancora in corso, la sola positività al tampone non è più sufficiente: sarà necessario dimostrare che il conducente fosse realmente alterato al momento della guida. Questo apre la strada all’annullamento di molte sanzioni.
Diverso il discorso per chi ha già una condanna definitiva: non è prevista una riapertura automatica dei casi, che andranno eventualmente valutati singolarmente.
Per chi ha già scontato la sanzione, invece, nella maggior parte dei casi non è previsto alcun risarcimento o recupero.
Cosa dice davvero la scienza sul THC
Tutta questa confusione nasce da un dato che la politica continua a ignorare: il THC non funziona come l’alcol.
Numerosi studi scientifici dimostrano che la correlazione tra livelli di THC nei liquidi corporei e reale compromissione delle capacità di guida è debole e altamente variabile. Il THC non viene eliminato rapidamente, ma si accumula nei tessuti e può restare rilevabile per settimane o addirittura mesi.
Questo significa che un consumatore abituale, un paziente in terapia o persino una persona che utilizza canapa legale priva di effetti droganti può risultare “positivo” pur essendo perfettamente lucido da giorni.
Punire queste persone non aumenta la sicurezza, ma crea solo ingiustizie.
Una strada alternativa esiste
Nessuno vuole persone realmente alterate alla guida.
Ma nessuno dovrebbe essere sanzionato senza esserlo.
La proposta di FreeWeed ad esempio mira a modificare l’articolo 187 del Codice della Strada, superando la sanzione automatica per chi risulta positivo al THC.
L’obiettivo è punire solo chi guida in reale stato di alterazione, non chi presenta semplicemente tracce di cannabis nel corpo. Per questo viene introdotto il protocollo TSCS, un sistema di test pratici che valuta equilibrio, coordinazione, attenzione, riflessi e comportamento del conducente.

Il controllo dura circa 10–20 minuti e si attiva solo dopo un test salivare positivo al THC, se gli agenti ritengono necessario un approfondimento.
Il protocollo prevede: raccolta delle informazioni sanitarie, valutazione mentale e comportamentale, test motori ed equilibrio, analisi della psicomotricità, giudizio finale.Il conducente viene classificato in quattro livelli, da “nessuna alterazione” a “grave alterazione”. Solo nei casi più seri scattano le sanzioni.
Il sistema si ispira ai modelli americani e canadesi ed è basato su criteri scientifici. Tiene conto anche di malattie, disabilità e condizioni particolari, per evitare errori. Lo scopo è rendere i controlli più giusti, moderni e affidabili, distinguendo tra semplice positività al THC e reale pericolo alla guida.
Questo articolo è scritto in collaborazione tra FattiSegreti e FreeWeed.